Marocchini è molto dura su una questione con valenza generale e accuratamente sfruttata dal mercato dell’attenzione:
Una parte importante dell’utenza (ma anche della comunità clinica) (…) si informa sulle caratteristiche emergenti di una data condizione senza necessariamente avere le competenze per distinguere una rivista accademica da una scientifica ma divulgativa, o un articolo scientifico valido da uno pubblicato su una rivista predatoria, o uno studio di caso su pochi soggetti da una revisione sistematica o una metanalisi. Nessuna di queste competenze è necessaria per abitare i social network, né per parlare della propria condizione, ma diventa rilevante nel momento in cui si vuole fare divulgazione o provare a generalizzare la propria esperienza per renderla utile ad altre persone. Nei fatti, i pochi studi già condotti su questo fenomeno suggeriscono [per esempio] che più del 50% dei contenuti in inglese pubblicati su TikTok su autismo e adhd risultano inesatti o fuorvianti, perlopiù perché ipergeneralizzati. (…) Il ruolo dei social media (…( è (…)preoccupante [anche per altri aspetti]: se le malattie funzionali di massa sono state storicamente limitate a un gruppo coeso e localizzato nello stesso luogo, i social rompono le barriere geografiche che generalmente le confinano, tanto che c’è chi ha proposto un nuovo termine, “malattie di massa indotte dai social media”; per quanto riguarda i tic, in particolare, i video che ne raffigurano sono aumentati significativamente durante la pandemia da Covid-19 (l’hashtag #tics si aggira attorno ai cinque miliardi di visualizzazioni, #tourettes addirittura attorno ai dieci), per cui non è infrequente nella letteratura scientifica sul tema trovare l’espressione “TikTok Tics”. Se le condizioni funzionali/psicogene possono interessare perfino i nostri movimenti, l’aspetto motorio e fisico dei nostri corpi, si può facilmente immaginare come l’aspetto psichico e le nostre menti possano essere influenzabili dagli stimoli ripetuti e pervasivi che algoritmi come quello di TikTok, particolarmente capaci di procurare all’utenza contenuti in linea con i propri interessi del momento, forniscono. (…) [Si fa] l’ipotesi, spesso avanzata nelle trattazioni giornalistiche e social, che le persone che parlano online dei loro percorsi di autoidentificazione si inventino di possedere determinati tratti – o che, addirittura, alcune persone che dichiarano sui social di aver ricevuto diagnosi mentano. Infatti, la letteratura scientifica riconosce la possibilità che le persone mentano sulla propria salute (fisica e mentale) al fine di ottenere benefici secondari (…) si potrebbe ragionare su altri benefici mai considerati prima dei social e dell’aumento dell’attenzione nei confronti della diversità, come la popolarità che si può ottenere e che talvolta esita in richiesta di formazione se non, addirittura, di consulenze e percorsi di coaching. Tuttavia, oltre al fatto che il vero tema in questi casi è il rischio di abuso di professione, che prescinde dallo status diagnostico, occorre considerare che a questo genere di vantaggio si associa uno svantaggio molto significativo, tanto maggiore quanta elevata è l’attenzione mediatica sul proprio caso: il fatto stesso di associare il proprio nome a un disturbo mentale o a una disabilità cognitiva o sociale in una società sanista e abilista, in cui, a fronte di una minoranza attenta alla diversità, la maggioranza ti vedrà molto probabilmente come meno capace, meno meritevole di fiducia, meno affidabile, insomma una persona “disturbata”. (E. Marocchini, “Neurodivergente. Capire e coltivare la diversità dei cervelli umani”)