Per Morozov, è possibile un’altra AI, ma con un diverso approccio al conflitto politico

oggi, la corsa all’Ia tende a prediligere la rapidità a scapito della qualità – come riscontrato a maggio scorso quando la funzione AI Overviews di Google ha suggerito agli utenti di mettere la colla sulla pizza e di mangiare sassi. Il finanziamento pubblico dell’IA generativa, affiancato da una rigorosa selezione dei dati e da un’inflessibile supervisione, potrebbe potenziare la qualità degli strumenti e alzare il prezzo per le società fruitrici, garantendo così un miglior compenso ai creatori dei contenuti. (…) Il fulcro di CyberSyn era la visione di un sistema ibrido in cui la potenza di calcolo amplificasse l’intelligenza umana. Trasformando le conoscenze implicite in competenze esplicite e fruibili, i lavoratori – la classe recentemente giunta al comando del paese – avrebbero potuto agire con sicurezza e consapevolezza, a prescindere dalla loro precedente esperienza nei settori della gestione e dell’economia. (…) Alla fine degli anni 1960, grazie agli stanziamenti di un ricco socio, Brodey crea a Boston un laboratorio sperimentale, Environmental Ecology Lab (Eel) (…) Brodey e i suoi cinque collaboratori ritengono che l’intelligenza (…) nasca dalle interazioni con l’ambiente circostante. È un’intelligenza ecologica. Di per sé, regole e meccanismi astratti non hanno alcun significato, poiché a determinare quest’ultimo è il contesto. (…) La scommessa stava nel concepire un’Ia in grado di cogliere in maniera autonoma queste sottili sfumature. Oltre a modellizzare i processi cognitivi umani, si punta a chiedere ai computer di padroneggiare un’infinita varietà di concetti, di comportamenti e di situazioni, ma anche le loro correlazioni – in altri termini, di capire nella sua interezza il contesto culturale della civiltà umana, unico capace di dare un senso al tutto. Invece di investire le proprie energie in questa missione apparentemente impossibile, la squadra di Brodey sogna di mettere computer e tecnologie cibernetiche al servizio degli esseri umani per permettergli di esplorare, ma anche di arricchire, il proprio ambiente, e soprattutto la propria persona. In quest’ottica, le tecnologie dell’informazione non sono semplici mezzi per eseguire ordini, bensì strumenti per pensare il mondo e interagire con esso. Si immagini, per esempio, una doccia cibernetica reattiva che conversa con noi sul cambiamento climatico e sulla scarsità di risorse idriche, o ancora un’automobile che, mentre guidiamo, ci invita a riflettere sullo stato dei trasporti pubblici. Il laboratorio inventa una tuta che, se indossata per ballare, cambia la musica in tempo reale, mettendo in risalto le complesse relazioni tra suono e movimento. L’Environmental Ecology Lab prende apertamente le distanze dalla scuola di Francoforte e dalla sua critica della ragione strumentale: è il capitalismo industriale, non la tecnologia, a privare il nostro mondo della sua dimensione ecologica e ad obbligarci sulla via della razionalità mezzi-fini (…) Per ristabilire questa dimensione smarrita, si pone l’obiettivo di farci prendere coscienza, con l’aiuto di sensori e computer, delle complessità nascoste dietro gli aspetti dell’esistenza che ci sembrano più banali (…) Brodey pensava che gli apparecchi cibernetici di nuova generazione dovessero distinguersi innanzi tutto per la loro «reattività», in modo da facilitare il dialogo uomo-macchina e da affinare la nostra coscienza ecologica. Affermava che gli individui aspirano sinceramente all’evoluzione e vedeva nel computer un alleato in questa impresa di trasformazione permanente. Il suo protetto Negroponte ha riadattato il concetto per renderlo più duttile: la principale funzione delle macchine era, dunque, capire, prevedere e soddisfare i nostri bisogni immediati. (…) La Silicon Valley ha adottato il punto di vista di Negroponte (…) mentre gli informatici dell’epoca vedevano nell’Ia uno strumento di human augmentation – in termini di potenziamento, con macchine che eseguivano i compiti più semplici per incrementare la produttività –, lui puntava sullo human enhancement – un concetto che andava ben oltre la semplice efficienza. La distinzione tra questi due paradigmi è tanto sottile, quanto cruciale. Pensiamo all’augmentation quando si utilizza il Gps del telefonino per orientarsi in luoghi sconosciuti: in questo modo si arriva prima e con maggiore facilità a destinazione. Tuttavia, il beneficio è effimero. In mancanza di questo aiutino tecnologico, ci troveremmo ancor più impotenti. L’enhancement consiste nel servirsi della tecnologia per sviluppare nuove competenze – nel caso in questione, il perfezionamento di un innato senso dell’orientamento, attraverso tecniche avanzate di memorizzazione, oppure imparando a interpretare i segnali offerti dalla natura. In sostanza, l’augmentation ci sottrae capacità in nome dell’efficienza, mentre l’enhancement ci permette di acquisirne di nuove e arricchisce le nostre interazioni con il mondo. Da questa fondamentale differenza dipende il modo in cui incorporiamo la tecnologia nelle nostre vite per trasformarci in soggetti passivi o in artigiani creativi. (…) La sostanziale differenza tra augmentation ed enhancement – e le sue conseguenze in termini di automatizzazione – è diventata evidente solo alcuni decenni dopo. (…) le tecnologie intelligenti di Brodey non intendevano automatizzare l’umanità fino a renderla obsoleta né a standardizzare l’esistenza, bensì promettevano di arricchire i nostri interessi e di estendere le nostre facoltà, ossia di elevare l’esperienza umana invece di limitarla. (…) Un punto di vista coraggioso nel contesto dell’epoca, quando la maggior parte dei rappresentanti della controcultura pensava la tecnologia come forza anonima e senz’anima di cui era meglio diffidare o, nelle comunità favorevoli al «ritorno alla terra», come strumento di emancipazione esclusivamente individuale. (…) All’altro capo del mondo, un filosofo sovietico, Evald Ilyenkov, come lui nato nel 1924, si poneva domande molto simili, pur all’interno di un quadro concettuale proprio del «marxismo creativo». I suoi lavori permettono di capire meglio come si colloca il potenziamento umano nel pensiero comunista e socialista. Come Brodey, Ilyenkov aveva lavorato a lungo con persone non vedenti. Dai suoi studi, concludeva che le capacità cognitive e sensoriali sono frutto della socializzazione e dell’interazione con la tecnologia. Laddove troviamo un buon ambiente pedagogico e tecnologico, possiamo coltivare le competenze latenti. Il comunismo si poneva l’obiettivo di liberare, sotto l’egida dello Stato, le capacità umane latenti affinché ognuno potesse realizzare pienamente il proprio potenziale, indipendentemente dalle barriere sociali o naturali. Ilyenkov, esasperato dal fascino dei burocrati sovietici per l’Ia di stampo statunitense, elaborò una critica particolarmente convincente in un articolo del 1968 intitolato «Idoli e ideali». Secondo lui, l’elaborazione di un’intelligenza artificiale equivaleva alla costruzione di un’enorme e distruttiva fabbrica di sabbia artificiale nel bel mezzo del Sahara. Anche qualora funzionasse alla perfezione, sarebbe stato assurdo non ricorrere a una risorsa naturale disponibile in quantità, appena al di là delle sue mura. (…) possiamo realmente migliorarci se continuiamo a ricorrere a concetti quali l’Ia, che sembra contraddire l’idea stessa di sviluppo umano? L’ambizione di costruire un’intelligenza artificiale ha captato miliardi di dollari e, per alcuni, il suo costo si ripercuote sul piano personale. L’intransigenza dei suoi promotori che ne hanno assicurato l’espansione – grazie alle raccolte di fondi in ogni direzione e a una rigida definizione dei confini della disciplina – ha portato all’emarginazione dei pensatori visionari (…) La cibernetica era nata subito dopo la seconda guerra mondiale, sotto il patrocinio del matematico Norbert Wiener. Molti ricercatori, pionieri nei rispettivi campi (matematica, neurofisiologia, ingegneria, biologia, antropologia…), avevano evidenziato una difficoltà comune: tutti si scontravano con processi complessi e non lineari in cui diventava impossibile distinguere tra cause ed effetti – poiché l’apparente effetto di un dato processo naturale e sociale poteva rivelarsi al contempo legato a un altro. La cibernetica, articolata attorno a questa idea di mutua causalità e di interconnessione tra fenomeni apparentemente indipendenti, più che una disciplina scientifica appare una filosofia. I suoi grandi pensatori non abbandonavano il loro campo di ricerca iniziale, ma arricchivano le proprie analisi grazie a una prospettiva nuova. L’approccio interdisciplinare permetteva di comprendere i processi in atto nelle macchine, nei cervelli umani e nelle società per mezzo di un unico insieme di concetti. Quando ha fatto la sua comparsa a metà degli anni 1950, l’intelligenza artificiale si è presentata come propaggine della cibernetica; in realtà, aveva più i tratti di una regressione. La cibernetica si ispirava alle macchine per capire meglio l’intelligenza umana, non per riprodurla. La disciplina emergente dell’Ia, disinibita, iniziava ad aprire una nuova strada, fabbricando macchine capaci di «pensare» come noi. L’obiettivo non era svelare i misteri della cognizione umana, ma soddisfare le esigenze del suo principale cliente: l’esercito. (…) Così, alcuni dei progetti iniziali ispirati alla filosofia cibernetica, come il tentativo di fabbricare reti neurali artificiali, si sono rapidamente reindirizzati verso scopi militari. Queste reti non sarebbero più servite a districare gli intrecci del pensiero ma ad analizzare le immagini aeree per localizzare navi nemiche o petroliere. L’ambiziosa ricerca di un’intelligenza artificiale ha finito per rivestire di un’aura scientifica banali contratti militari. In questo contesto, l’interdisciplinarità non è una priorità. L’Ia era dominata da giovani e brillanti matematici o informatici che ritenevano la cibernetica troppo astratta, troppo filosofica e soprattutto potenzialmente sovversiva. (…) L’intelligenza artificiale che permetteva di «potenziare» gli operatori umani e di elaborare armi autonome, non aveva certo problemi di questo tipo. È stata fin dalle origini una disciplina scientifica a sé. Mentre le scienze tradizionali cercavano di capire il mondo, aiutandosi a tratti con la modellizzazione, i pionieri dell’Ia avevano deciso di costruire modelli semplificati di un fenomeno del mondo reale – l’intelligenza –, per poi convincerci che nulla distingueva i primi dal secondo. (…) (…) l’intelligenza artificiale (…), seppur descritta come un trionfo tecnologico, appare spesso come un eufemismo applicato a militarismo e capitalismo. (…) Il suo proposito finale era la creazione di un sistema informatico universale in grado di eseguire ogni tipo di compito senza un esplicito addestramento – decisione cui attribuiamo solitamente il nome di intelligenza artificiale generale (Agi). (…) durante la guerra fredda, l’Iag è stata concepita negli stessi termini in cui gli economisti interpretavano il libero mercato, ossia come una forza autonoma, autoregolamentata, a cui l’umanità si sarebbe dovuta adattare. Da un lato, il pensiero economico dissimula il ruolo della violenza coloniale, del patriarcato e del razzismo nell’espansione del capitalismo, come in una naturale estensione della propensione umana «a fare scambi, traffici e baratti», descritta dalla celebre formula di Adam Smith. Dall’altro, la tradizionale narrazione sulle origini dell’Ia riconosce i contributi della cibernetica, della matematica, della logica, ma non fa alcun cenno al contesto storico o geopolitico. (…) [Insomma,] faremmo bene a rinunciare allo spettro dell’intelligenza artificiale socialista per concentrarci sulla definizione di una politica tecnologica socialista post-Ia. Invece di tentare di umanizzare i prodotti esistenti, ipotizzando applicazioni di sinistra o inventando nuovi modelli di proprietà economica, dobbiamo rendere accessibili a tutti, senza differenza di classe, di etnia o di genere, le istituzioni, le infrastrutture e le tecnologie che favoriscono l’autonomia creatrice e permettono di realizzare appieno le sue capacità. In altri termini, dobbiamo innescare la transizione da human augmentation a human enhancement. (…) Una politica di questo tipo potrebbe fondarsi sulle componenti dello Stato sociale ben lontane dalle parole d’ordine conservatrici del capitalismo: educazione e cultura, biblioteche, università ed emittenti pubbliche. Aprirebbe così la strada a una politica educativa e culturale socialista, invece di rafforzare l’economia neoliberista, come fa l’approccio attuale. (E. Morozov, “Un’altra intelligenza artificiale è possibile”, Il manifesto, 15.8.2024)