Benedetti propone una propria interpretazione:
Se le innovazioni del Novecento hanno potenziato la capacità della musica di renderci, per così dire, “più umani”, altre innovazioni più recenti, come i device per la interconnessione (smartphone, laptop, visori ecc.), hanno determinato una crescente variazione/deformazione del nostro rapporto con la realtà. La velocità dell’informazione ha creato quella che Alvin Toffler definì “information overload” cioè la difficoltà umana nello stare al passo con l’ondata informativa del mondo iperconnesso in cui viviamo. In questo caso la relazione uomo/macchina ha ridefinito il rapporto con la nostra identità in maniera assai meno feconda rispetto alle neo-macchine: i nuovi device, in un certo senso alienanti, lontani dall’essere un’estensione del nostro sentire, sono diventati invece una “hall of mirrors” che replica all’infinito ciò che siamo o che vogliamo essere. Si tratta quindi di macchine univoche in cui la capacità tecnica è predominante e la nostra reazione a esse è per la maggior parte passiva. Al contrario, la tecnologia applicata alla musica, mette in evidenza la creatività dell’inventore e dell’utilizzatore attivando quel processo che ci permette di evolverci anche interiormente. (A. Benedetti, “La visione techno. Umanità, neo-macchine, futuro“)