Intellettuale di retroguardia

Così Boaventura de Sousa Santos definisce, invitandolo al coinvolgimento nella lotta piuttosto che all’auto-riflessività, e rovesciando pertanto il giudizio di Moravia sulla differenza tra i. “conoscitivo” e “militante“:

[l’]intellettuale-attivista, [che] assicura la coerenza e la convinzione necessarie per la trasposizione o traduzione della conoscenza scientifica in contesti cognitivi non controllati dallo scienziato. Senza il coinvolgimento personale dello scienziato come scienziato, lontano dal testo scritto o in un contesto non dominato dalla scrittura, la conoscenza scientifica resta fragile e per nulla convincente. Se l’intellettuale di retroguardia non tiene conto della natura della comunità argomentativa che realizza le ecologie dei saperi, può finire per autoboicottare il suo volontarismo e l’eventuale utilità del sapere scientifico. L’inutilità o l’inadeguatezza della conoscenza scientifica spesso deriva dall’arroganza e dall’ermetismo dello scienziato. In altre parole, una volta confinata nella sua zona di comfort – la comunità scientifica – la conoscenza scientifica ricorre alla propria retorica argomentativa, una retorica totalmente inefficace quando la conoscenza è invocata al di fuori della propria zona di comfort, ad esempio, in contesti di lotta sociale.
I contesti in cui si verificano le ecologie dei saperi creano comunità epistemico-politiche che richiedono altri tipi di argomentazione retorica: al posto del linguaggio tecnico, il linguaggio volgare; invece di narrativa monologica, narrativa dialogica; invece di spiegazione, traduzione; invece dell’accuratezza metodologica, risultati intelligibili; invece di contribuire alla scienza, contribuire alla società; un equilibrio tra nuove risposte e nuove domande; né certezze né dubbi smodati. (…) . Soprattutto, l’intellettuale di retroguardia non deve imitare quel sofisticato intellettuale d’avanguardia della modernità occidentale, Jean-Jacques Rousseau, il quale sostiene in Du contrat social che chi va contro la volontà generale che concede la libertà a tutti deve essere costretto ad essere libero. La distanza critica non può essere esercitata fornendo risposte a domande che il gruppo sociale non riconosce come tali. Può comportare il porre domande, ma mai domande retoriche, le cui risposte giuste si presumono in anticipo. Il ricercatore postabissale deve valorizzare realtà e problemi familiari come se fossero gli unici possibili nelle circostanze attuali. Senza rispetto per la desistenza (chi rinuncia a combattere), non è possibile una complicità efficiente con la resistenza (chi continua a lottare). La ricerca postabissale acquisisce in questo caso un’importante dimensione pedagogica (compreso l’autoapprendimento); la pedagogia della liberazione di Paulo Freire fornisce una guida preziosa su come procedere in questo campo.

Intervista alla RAI

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