Il bello della differita

Interventi interessanti, almeno fino a quando è cominciata la parata dei politici – “teste ben fatte“, cinquestelle e lega non possono stare nella medesima frase se non in termini di opposizione assoluta.

Ma con molti limiti: siamo ancora lontani da una visione potentemente critica, capace di mettere i presupposti analitici e lessicali alla costruzione di controegemonia nella platform society, caratterizzata da conoscenza sorvegliata, dominio oligopolistico sui flussi informativi ed egemonia operativa, sociale e culturale della logica della prestazione.

Il concetto di “nuove tecnologie globali” – per esempio – è vago, solo falsamente esplicativo. Manca del tutto la riflessione sull’intenzionalità capitalistica, nonostante Sinopoli abbia avuto l’acutezza di rifiutare il riferimento a processi di “digitalizzazione” senza aggettivi (e io aggiungerei privi di complementi di specificazione e di limitazione).

Nei fatti si scade nell’usuale retorica della contrapposizione tra rischi e opportunità, continuando a considerare “le tecnologie digitali” un unicum; la frammentazione dell’informazione e tutto ciò che essa implica in termini di sovraccarico cognitivo e discriminazione culturale sono a carico degli utenti e non vengono individuati e denunciati come strategia di sistema. Non c’è spazio – prima di tutto mentale – per una progettazione politica e una regolazione civile alternative: non si sa o non si vuole dire che questa è la società della conoscenza sans phrase, considerata risorsa per il profitto, capitale umano da investire individualmente e capitale sociale da estrarre e captare.

Il professor Ceruti è per altro davvero stimolante quando parla dell’effetto disgiuntivo delle discipline accademiche canoniche: è assolutamente vero che esse impediscono di vedere la connessione complessa che informa la platform society, al momento appunto del tutto nelle mani dei mediatori informazionali e da troppi ancora considerata in termini meramente ingegneristici, senza comprenderne le componenti filosofiche, etiche, sociali, economiche e così via. Nel primo periodo di crisi pandemica, anzi, la vista “a tunnel” (ciascuno presidiava il proprio territorio e il proprio quadro concettuale di riferimento) è stata uno dei fattori – nemmeno del tutto consapevoli – della incapacità di costruire significati e provvedimenti davvero rivolti all’interesse pubblico.

La democrazia, se vuole essere e determinare emancipazione e partecipazione, deve certamente garantire che il sapere diventi istruzione, ma non può permettere né tollerare che l’erogazione di istruzione esaurisca e istituzionalizzi i saperi e le loro relazioni.

Allo stesso, deve essere chiaro che la piena cittadinanza globale si può realizzare solo avendo il coraggio di entrare in conflitto culturale, politico e sindacale con il tecno-liberismo.

Solo avendo l’intelligenza di comprendere le conseguenze dell’affidamento della sovranità sulla conoscenza all’impresa.

Per riconquistarla.

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