Tecno-abilismo

Atteggiamento preconcetto di esclusione discriminatoria assunto dai sostenitori espliciti del pensiero unico e da coloro che ad esso si sono rassegnati – spesso in nome di un autoimposto pragmatismo-, nei confronti della critica radicale di orientamento economico alla platform society, che produce valore mediante meccanismi estrattivi algocratici applicati alla conoscenza mercificata.

In nome dell’efficientismo e della razionalità del mondo a buon mercato, il tecno-abilismo afferma l’impossibilità non solo di alternative operative immediate, ma anche di una visione culturale e di un progetto politico, di una riflessione collettiva e del diritto a una cittadinanza trasparente, che possa partecipare in modo attivo e autonomo.

Per questa ragione, assegna ai grandi player del capitalismo cognitivo e ai loro più o meno consapevoli emissari l’autorevolezza e lo spazio per trasmettere lessico e concettualizzazioni mainstream, conoscenza depositaria, competenze adattive, rinunciando a priori a qualsiasi approccio emancipante.

In forma attenuata, propone la diade opportunità/pericoli, scaricando sul singolo utente la responsabilità che andrebbe invece assunta in forma collettiva e istituzionale dai soggetti con compiti di regolazione democratica delle comunità.

Questo approccio è alla base dell’acquisizione di competenze basate su pratiche reverenziali nei confronti dei dispositivi digitali dominanti e su prassi e sapere tendenzialmente replicativi.

Va contrastato assumendo una visione intenzionalmente politica e trasformativa.

Argomenta Selwyn:

Invece di porre l’onere del cambiamento sulla singola persona disabile per adattarla al contesto della classe attraverso l’uso di tecnologie assistive, perché non lavorare per adattare il contesto della classe a tutti gli individui? Si può sostenere che l’idea di dare agli studenti disabili “indipendenza” attraverso la tecnologia digitale è un giudizio di valore che trascura i modi in cui tutti gli studenti (e gli insegnanti) sono interdipendenti. Forse il modo migliore per rendere un’aula o una scuola veramente inclusiva è includere in modo significativo le voci dei disabili nel processo di progettazione. Perché non avere semplicemente aule, contenuti curriculari e modalità di lavoro che si rivolgano agli studenti neuro-diversi? Perché non avere ambienti scolastici che si rivolgano agli studenti con mobilità ridotta? Perché non ascoltare le idee delle persone disabili su (e le esperienze con) la tecnologia e la disabilità? Mentre i progressi nelle tecnologie assistive potrebbero sembrare di supporto dal punto di vista dei normodotati e delle menti abili, potrebbero essere visti come depotenzianti ed escludenti dal punto di vista dei disabili. Queste sono controargomentazioni impegnative da fare, ma sono indicative di punti di vista alternativi sulla tecnologia educativa che non compaiono spesso nelle discussioni sull’argomento. Ad esempio, le prospettive femministe potrebbero sostenere forme di uso della tecnologia nell’istruzione che portino a una maggiore responsabilità, collettività, collaborazione e cura (…), sottolineando le disconnessioni e le rotture implicite nell’incoraggiare gli studenti a imparare su base “personalizzata” e “fare da soli”. In alternativa, le prospettive cristiane sull’uso della tecnologia nell’istruzione potrebbero sostenere forme di tecnologia che sostengano la coltivazione della virtù civica, la formazione del carattere e la spiritualità, mettendo “tutto il nostro essere in relazione con Dio e con gli altri” (…).(N. Selwyn, “Education and Technology: Key Issues and Debates” III edizione – Traduzione in proprio)

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